I MITI DELL'ESTATE

Formentera: l’isola effimera,
bella come un prodigio

Graffia l’anima, quest’isoletta incantata e carissima che piace a tutti: romantici, nipoti dei figli dei fiori, cercatori di relax, ecochic non radical, nudisti, gastronomi, vivaci nottambuli. Perfino voluttuosi della solitudine, che a saper cercar si trova ancora. Ma Formentera conquista soprattutto gli appassionati del mare, delle spiagge da sogno, di panorami mostruosamente belli e di un’acqua incredibilmente limpida. Merito, spiegano gli esperti, della più grande prateria nel Mediterraneo di Posidònia Oceánica, l’alga dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’Umanità perché tiene pulita l’acqua, la sciacqua con dosi massicce di ossigeno che rilascia in una quantità cinque volte maggiore rispetto all’Amazzonia. Questa è la scienza. Poi ci sono le leggende, che fanno di quest’isola un posto da favola. Se ne tramandano un’infinità, ma se ne inventano di nuove ogni giorno. Perché qui la vita è poesia, emozione, fantasia, estro, creazione, sentimenti. Per alcuni, è diventata perfino decrescita felice. Quattro metri per quattro, un bagno, se vogliamo chiamarlo così, acqua desalinizzata, perché quella dolce fin lì non arriva. Vivono a dieci metri dal mare, forse meno, non lontano da Ses Illetes, la spiaggia più bella d’Europa, in una casa di pietra e calce. <Il cemento – dicono – lo usiamo per il nostro amore>. Frasi da dolce fiaba, appunto, però questa coppia sembra un generatore di felicità. <In che lingua vuoi parlare? Giapponese no, ma il resto va bene. Di dove siamo non conta, ora viviamo qui>.

Il mondo che verrà? A loro non importa. Belli, giovani, <senza un soldo, ma non ci interessa>. Tecnicamente è una versione estrema della decrescita felice, rivoluzione culturale che rifiuta le assurdità di un’economia, come quella attuale, fondata su produzione e consumi esagerati. <Cercavamo la felicità, l’abbiamo trovata a Formentera>. Può darsi. C’è chi decide di stare anche più comodo qui dove ogni sera si festeggia il tramonto, come se si volesse davvero ringraziare dio, o chi per lui, per aver regalato un’altra bella giornata. Più che la preghiera della mattina, che sembra un egoistico atto di fede per ingraziarsi il favore di chi regola i destini del mondo, la puesta del sol, così chiamano il tramonto, sembra una forma educata di ringraziamento nei confronti di un mondo che è stato generoso per altre 24 ore. Gesto concepito come privato, diventato in breve rito collettivo. E allora, quando il sole comincia a scendere, si riempiono i templi di questa cerimonia pagana, una giostra di felicità e alcol che si ripete ogni sera. I chiringuitos sono diventati beach bar, invece del vino si bevono champagne e mojito, fichi, formaggio di pecora e olive sono stati abbandonati e al loro posto si mordicchiano bocconcini di sushi, comodamente distesi su amache e morbidi cuscini invece che appollaiati su rocce o seduti in terra.

Ma oggi come allora, Formentera restaura l’anima, crea piccole e grandi gioie, una voce femminile dell’isola la canta come luogo magico, “un’isola che rallegra il cuore e lo fa battere più in fretta”. E addirittura sulla pagina di presentazione di uno dei ristoranti più frequentati, Chezz Gerdi – proprietà italiana, camerieri italiani, clienti italiani – si racconta che a Es Pujols “esiste un posto che appartiene alla storia di Formentera. Un tempo fondato da pirati e più tardi luogo di incontro della gente dell’isola e hippie. Ora è nuovamente un ritrovo magico, in una grande terrazza, un luogo fantastico e indimenticabile, di fronte al mare, dove le vostre emozioni sembreranno riprendere vita”. Nemmeno a dirlo, è sempre pieno.

La baia di Es Pujols è riparata e già 4 mila anni fa i primi abitanti dell’isola la scelsero per i loro insediamenti e le sepolture: oggi è il centro più vivace, un lungomare che è galleria di ristoranti, mercatino serale, condomini, negozi. Con il correre dei secoli arrivarono cartaginesi, romani, arabi. Nel 1300 un’epidemia di peste nera sterminò la popolazione, poi cominciarono le razzie dei pirati e molti si rifugiarono a Ibiza, distante poche miglia marine.

Un’isola nata e rimasta fuori dal tempo, prigioniera felice di un voluttuoso isolamento. Quella che nei tempi moderni affascinò i primi visitatori. Arrivarono i beatnik, poi i figli dei fiori, sempre fra i primi a scoprire posti meravigliosi, per chissà quale virtù o quale fortuna: in realtà non hanno mai bisogno di niente, non cercano né comodità né troppi agi, a loro basta la bellezza dei posti e la cordialità delle persone. Per questo sono i migliori esploratori e spesso trovano posti fantastici. Come Formentera, che nessuno conosceva, addormentata in mezzo al Mediterraneo. “Arrivarono come onde portate dal vento e alcuni rimasero intrappolati nelle reti dell’isola – si legge in una delle guide distribuite sull’isola – Una tribù variopinta di artisti, artigiani e maestri nell’arte di sopravvivere che contribuì negli anni ad arricchire la cultura della gente del posto che li osservava con stupore, ridendo di loro, a volte insultandoli mentre qualcuno arrivava ad invidiarli per la loro presunta libertà>.

Ce ne sono ancora alcuni. Il barbuto Julien è un pezzo di storia dell’isola. E’ il figlio di Pepe che a Formentera aprì il primo albergo, ospitando anche chi non aveva soldi per pagare. Alla sua Fonda Pepe, a Sant Ferran, si danno appuntamento i nipoti dei figli dei fiori. Di quelle tribù che scoprirono l’isola resta il mercatino (mercoledì e domenica) a La Mola, dove soggiornò anche Bob Dylan. Abiti e oggetti, compresi i dipinti con la sabbia, di un’epoca perduta. Oggi l’isola è un posto trendy, motore di uno sviluppo feroce, una calamita per turisti con una rara capacità: combinare e soddisfare esigenze diverse. Viene qui chi cerca la vivacità di una vacanza glamour, richiamato anche dai nomi delle celebrities che arrivano, e chi vuole soltanto sole e mare e, possibilmente, silenzio. Se ne andranno contenti tutti. Merito di strategie azzeccate.

Valutando con attenzione lo sviluppo turistico della vicina Ibiza, chi governa Formentera ha scelto di imboccare una strada alternativa. <Sì, abbiamo guardato Ibiza e ci siamo voltati dall’altra parte: per fare il contrario>. Eccola qui, affollata e ricca, dove le strade non hanno buche ma dossi per evitare che auto e motorini superino i 50 all’ora, dove un caffè costa più di due euro, un ombrellone 10 euro e altrettanto ogni lettino, un piatto di pasta pomodoro e basilico non meno di 16 anche quando se la servono su una tovaglietta di carta. Prezzi bomba. Così Letizia, bella ragazza milanese, 19 anni, fisico da modella, ha scelto la vacanza part time: di giorno va in spiaggia, la sera lavora in un ristorante. <Mi pago l’affitto>. Che arriva anche a 2 mila euro a settimana per un monolocale a Es Pujols centro.

Per molti è già la stagione dei rimpianti e della nostalgia, per un’isola che non è più com’era, ma che resta sempre una bella favola in mezzo al Mediterraneo. Un tempo le spiagge non avevano passerelle di legno, non si vedevano recinzioni, i muretti di pietra non erano così perfetti, ora si combatte con la lotteria dei parcheggi, ogni tanto un po’ di traffico, le carreggiate invase dai motorini, al ristorante serve la prenotazione per non aspettare ore. Eppure, dietro l’angolo, si trova sempre un piccolo mondo antico. Verso Migjorn, ad esempio, le strade diventano sempre più strette, se si lascia la via principale si smarrisce anche l’asfalto, si incrociano campi coltivati  – Formentera significherebbe proprio isola del frumento – mentre sotto alberi solitari in mezzo ai prati arroventati, sonnecchiano caprette accaldate in cerca di frescura. E se ci si ferma, a guardare tanta semplice bellezza, si incassa il premio del silenzio. Può succedere anche in spiaggia. Non a Ses Illettes, meglio non illudersi. Per non trovare umani bisogna andare all’alba, vera, alle 6, o la notte, magari a cena a Es Mola de Sal, almeno 100 euro a testa. Chissà quale giuria l’ha piazzata fra le migliori 10 spiagge del mondo – ed è valutazione giusta –  oltre ad eleggerla la più bella d’Europa. E’ un incanto, una tavolozza di tutte le sfumature del blu, dal chiarissimo al cobalto, verso l’orizzonte, dove si stagliano le piccole isolette che danno il nome al luogo e che sono attrazione per decine di yacht, panfili, motoscafi. Ma per distendersi al sole, o anche semplicemente per passare, bisogna chiedere permesso e districarsi fra gli asciugamani. Così una meraviglia diventa un orrore. La spiaggia del silenzio è sull’altro versante, raggiungibile anche a piedi, attraversando le dune su una passerella di legno. Si chiama Llevante, famosa per essere la preferita di gay e nudisti, ma ambita da tutti quelli che amano un po’ di tranquillità. Ci sono un paio di stabilimenti che fittano lettini e ombrelloni, qualche ristorantino discreto, ma lunghi tratti deserti, dove la sola voce è quella delle onde del mare. Un incanto.

Chi guarda indietro, sa che i rimpianti si possono ancora consolare ed è possibile rianimare piaceri smarriti ma non del tutto scomparsi. Sarà anche per questo che è difficile incontrare un nativo di Formentera con la faccia torva e l’animo burbero. Più frequente vedere scene inimmaginabili nelle metropoli affannate. I residenti non mostrano affatto rancore verso turisti sempre frettolosi e alle casse del supermercato cedono loro il posto, li invitano a saltare la fila e restano pazienti in coda, ad aspettare che quell’affannato entusiasmo si sfoghi nella corsa verso la spiaggia.

Oggi si vive di commerci, ormai: griffe locali sfornano tutto quel che serve per apparire alla moda, abbigliamento e bijuox, e fiorisce anche la piccola industria dell’editoria con guide, libri, pubblicazioni che spesso diventano un piacevole esercizio di lettura. Come propongono Manuela Lebrusan e Juan Picca, con belle foto e frasi che trasudano amore. Tutto per lei, Formentera. “Anche se effimera e fragile, ci viene mostrata con la forza di un prodigio”. “Esercita un magnetismo che va ben oltre ciò che possono immaginare coloro che non la conoscono. Razionalmente, sfiora l’incomprensibile”. Tutto vero, verissimo.

Eppure anche qui, dove l’acqua del mare regala stupore per quanto è limpida, con trasparenze che colorano il bianco d’azzurro e poi di celeste, blu, turchino, verde, anche qui si lotta contro il grande nemico chiamato plastica che è stato alleato per una vita più comoda ma ora minaccia il mare di tutti, per colpa di un uso sregolato e scellerato: “ogni volta che visitate la spiaggia prendete 3 pezzi di plastica” suggeriscono a Formentera. Un comandamento che sarebbe perfetto ovunque, ma che qui viene coraggiosamente predicato e anche applicato.

La natura, qui, è la vita. E lo è soprattutto questo mare, dolce e accogliente, così tiepido d’estate, un coccoloso grembo materno che il capriccio del vento può far diventare impetuoso, turbolento, scatenare le onde a schiaffeggiare le rocce, lì alla base dei due Capi, dove i fari vigilano sulle coste.

Barbaria e La Mola sono le luci della speranza, per chi si lascia una vita alle spalle e vuole mettere un mare tra il passato e il presente. O almeno una robusta parentesi. Naufraghi di altre traversate, fuggiti da lidi mai amici, dove sapevano che prima o poi sarebbero annegati e giunti fin qui al timone di vascelli carichi di speranza. Formentera appare come un approdo accogliente e sicuro, dove si curano delusioni e disfatte, o semplicemente si riparano anime, si risistemano cuori scheggiati. Serve anche la virtù del disincanto per trovare qui un paradiso terreno. E’ isola di indomiti capitani, chiamati a volte a combattere contro vascelli fantasma gonfi di angosciosi ricordi. Ma il domani che comincia ogni giorno si illumina sempre di una luce radiosa: il canto delle cicale fra i pini di Aleppo è colonna sonora che infonde coraggio e regala armonia anche alla vacanza. Formentera non è luogo che si dimentica. Chi è sbarcato una volta, tornerà. Se avrà trovato il coraggio di andar via.

 

 

 

 

 

Tags: , , , , , , ,