Africa

Fes, la città imperiale
voluta da una donna

Nasce in rosa questa città imperiale, la più elegante e colta del Marocco. Come una sorpresa inaspettata. Era l’808, ai margini di due piste carovaniere in mezzo al nulla, due sottili sentieri abbracciati dal deserto tra il Mediterraneo e l’Atlantico,  Moulay Idriss II fondò Fes, battezzandola con una parola araba che invoca e richiama coraggio e lavoro: significa ascia. Secondo la leggenda, avrebbero scelto questo nome perché durante la fondazione sarebbe stato trovato sottoterra un piccone d’oro. Leggende, appunto. Ma la Storia testimonia che Fes è la più antica delle città imperiali del Regno. E fu una donna a farla diventare grande.

Fatima al Fihri era la benestante figlia di un mercante e nell’859, primo sabato di Ramadan, decise di far costruire una moschea. Poi volle anche un’università che secondo il Guinness World Records è “la più antica istituzione educativa ininterrottamente attiva del globo”. E subito dopo pure una biblioteca, tanto da fare di Fes “l’Atene dell’Africa a cui accorrevano dotti e letterati d’ogni parte d’Europa e Levante”, scriveva Edmondo De Amicis, l’autore del libro “Cuore”, nel suo diario di viaggio in Marocco del 1875.

Grazie a Fatima, Fes fu ponte tra Oriente e Occidente. Il corso della storia ha voluto che quasi 1200 anni dopo fosse un’altra donna, l’architetto Aziza Chaouni, a portare a termine il restauro colossale della Biblioteca che contiene volumi molto preziosi, tra cui una copia del Corano del IX secolo scritta su pelle di cammello e un Vangelo di Matteo, del XII secolo, tradotto in arabo.

Sbocciata in rosa, Fes è oggi soprattutto Medina, bellissima, 9 mila vicoli, 30 mila artigiani, una fortificazione medievale tra le più estese e meglio conservate, che l’Unesco ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità. Uno splendente panorama di colori, volti, un entusiasmante rincorrersi di profumi che guidano verso sentieri infiniti, dove fra tanta animazione e confusione all’improvviso può spuntare un angolo isolato, deserto, una piazzetta ombrosa e rinfrescata. Magari da una delle tante fontane della città. Un esempio per tutti. La chiamano la piazzetta del manicomio, dove nel 1286 il sultano Abu Youssouf Yacoub fece realizzare una delle prime istituzioni nel mondo per l’assistenza dei malati di mente. Si trova fra il souk delle erbe e quello dell’Hennè, cioè dei trucchi e della bellezza. Secondo gli esperti, questa Maristane servì da modello per il primo istituto psichiatrico in Occidente, aperto a Valencia nel 1410. Dimostra quanto fossero avanzate le conoscenze dei sultani del Marocco e di Fes in particolare.

Da allora a oggi poco è cambiato nel quartiere dei tintori, dove il mondo è rimasto com’era secoli fa. E’ bene abbandonare la protettiva terrazza riservata ai turisti per affacciarsi sulla sofferenza di questi uomini e scendere fino alle vasche, luogo di lavoro e di patimenti, stare con loro, sporchi, sudati, e lì faticare a respirare, affogare in quell’odore nauseabondo – usano escrementi di piccione come ammoniaca naturale – osservare la precisione dei movimenti, la maestria nell’uso dei coltelli, piccole scimitarre con cui puliscono le pelli dal pelo, le sciacquano nello sterco di piccione e poi nella calce, le lavano e le mettono a bagno con coloranti naturali (indaco, zafferano, papavero), immersi fino al ginocchio, fino al bacino. Serve a poco la foglia di menta che si mette nel naso, non protegge dalla puzza e nemmeno dal senso di colpa che gratta l’anima nel vederli lavorare così.

Vicoli bui, due angoli, il forno del pane, un asino che trasporta merci, il negozio berbero e poi si torna nella Medina, il più grande centro urbano pedonale del pianeta, un dedalo di stradine, un assalto ai sensi, profumi, odori, colori, suoni, bancarelle traboccanti di spezie, laboratori, un’interminabile parata di gente, donne velate, cellulari, antenne paraboliche. Medioevo e postfuturo. E tradizioni alimentari che si sposano con il correre del tempo. La cucina del Marocco è una filosofia, una sapiente ricerca di abbinamenti dal gusto semplice e dai risultati raffinati. Quella di Fes, in particolare, è frutto di secoli di scambi e di incroci fra popoli diversi, tanto da conservare influenze persiane e andaluse molto marcate. La gastronomia tipica, anche quella fatta in casa, associa con sapienza e disinvoltura dolce e salato, agrumi, miele, cannella, acqua di fiori d’arancio. Qualche piatto? Harira, pastilla con carne di piccione, tajine qamama a base di pollo caramellato e olive. E la bessara, una zuppa di fave e aglio che si serve ovunque in tazze d’argilla. Poi c’è la sorpresa, gli hamburger di cammello e dromedario: fantastici.

Ma Fes è anche capitale del benessere, con i suoi hammam, benefici bagni di vapore, rilassanti, ottimi per la cura della pelle. Non solo. L’Unesco li ha classificato come Patrimonio dell’Umanità per le loro architetture raffinate, i mosaici, le colonne, i giochi di luce. Le tipiche forme a cupola, semplici e tradizionali, hanno ispirato artisti come Henri Matisse e Paul Klee che insieme a Le Corbusier amavano anche i tappeti marocchini. Proprio Le Corbusier, quando insegnava alla scuola di Belle Arti a Parigi, suggeriva agli studenti di ispirarsi alla sapienza delle donne marocchine, di imitarle in quegli attimi magici quando intrecciano nodi e realizzano i tappeti: “Unite alla geometria la più incredibile fantasia femminile” diceva. Pensava allo spirito rosa di Fes.

 

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