Asia

La rotta del Mekong

Mekong_NG_05Volteggia sul Tibet, invisibile e potente. E affida agli spruzzi esili della sorgente le sue virtù miracolose. Zajioadujiawangzha è lo spirito protettore del Mekong, un sorso di eternità, per i fedeli dell’altopiano, ai quali basta bere appena un goccio di quell’acqua per assicurarsi una vita lunga e felice. Misteri della Cina, dove nasce questo fiume che la storia ricorda arrossato dal sangue delle crudeltà, teatro di scontri e battaglie, di stragi e genocidi. Poco più di quattromila chilometri attraverso Tibet, Birmania, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam, dalla pace solitaria delle sorgenti, alla folla vociante dei Nove Dragoni, il delta sul mar cinese, un labirinto di canali popolato ancora di serpenti velenosi, di antiche giunche che avanzano lentamente a vele spiegate e di moderni idrojet, pronti a ospitare i turisti per veloci crociere sui panorami della guerra del Vietnam.

image3Gli orrori delle battaglie sono un souvenir da consumare in fretta tra le meraviglie della natura che ha orlato il fiume di mangrovie e bambù. Diciassettemila metri cubi di portata d’acqua al secondo non sono bastati per evitare che intorno al delta sbocciasse all’improvviso il deserto. Il napalm ha cancellato tutto, uomini, animali e piante, ma le bombe americane, che hanno fatto di questa zona l’area più devastata nella storia della guerra, non sono riuscite a distruggere le basi di nemici invisibili. I vietcong si nascondevano qui intorno e da vere e proprie città sotterranee andavano all’assalto delle postazioni sudvietnamite, fino al centro di Saigon. Partivano da Cu Chi, che oggi è un museo simile alle catacombe, perchè è un labirinto di gallerie costruite a cinque e sette metri sottoterra, con stanze per dormire e per riunirsi, cucine e sale operatorie, dove sono state amputate braccia e gambe, salvate vite e fatti nascere centinaia di bambini. Il Vietnam di oggi consegna ai turisti un Museo dei crimini di guerra e anche una leggenda recente, che sembra ritagliata da tempi lontani. Per protagoniste ha le ragazze di Cu Chi, le coraggiose combattenti vietcong che prima di uscire dai loro nascondigli sotterranei per andare in battaglia, indossavano l’abito tradizionale, l’ao-dai nero, che di notte le rendeva invisibili. Molte non sono tornate, ma tutte quelle che sono morte si ritrovano ora sulla terra desolata di Cu Chi, in quel bosco bruciato dal napalm e diventato un spianata di piccole dune: gli spiriti delle guerrigliere hanno messo le ali, punteggiate di mille colori, e svolazzano intorno al fiume, trasformate nelle meravigliose farfalle del Mekong.

Girls-Fish-in-Mekong-Ban-Xiangdi-4000-IslandsScorre tra cinque paesi questo fiume che viaggia attraverso i secoli, a cavallo fra il Medioevo ez il Duemila. Perchè accarezza i villaggi delle tribù dello Yunnan, fa crescere l’oppio sugli altipiani del Triangolo d’oro, tra Thailandia, Laos e Birmania, ed è l’autostrada d’acqua per ogni tipo di contrabbando. Diventa anche parco giochi per i bambini di Vientiane, che nel Laos comunista hanno poco da mangiare e pochissimo per divertirsi. E allora si affidano alle camere d’aria bucate e rattoppate, riparate troppe volte per essere utili ai camion, ma ancora sufficientemente sicure per tenerli a galla nell’acqua. Il Mekong divide due mondi, tra Laos e Thailandia, separa due rive che sono universi in guerra: da una parte uno degli ultimi baluardi del socialismo reale, della vita fatta di niente e ricca soltanto di obblighi, dall’altra l’Oriente che corre più dell’Occidente ed è già ricco a sufficienza per essere la Terra Promessa dei paesi vicini.

tour_img-82928-48L’imperialismo commerciale è figlio della speranza e della tecnologia: «Non vogliamo importare tutta la nostra vita – tuonano ancora oggi i dirigenti del Laos – preferiamo costruire una nostra indipendenza economica, anche se questo richiede tempi più lunghi». Ma le massaie di Vientiane e di Luang Prabang hanno fretta e farebbero qualunque cosa per avere un detersivo che lava più bianco o un profumo che va di moda. Ora affrontano con coraggio ed energia una passeggiata lunga e scomoda ma non più impossibile, perchè finalmente c’è il ponte che attraversa il confine e unisce Vientiane a Nong Khai, avamposto della società dei consumi. Sventolano bandiere rosse sulle arcate che saldano universi vicini e lontanissimi e un grande cartello ineggia all’amicizia tra i popoli. Di là dal fiume, tra gli alberi dei viali assolati, spunta il mercatino di Nong Khai, che è anche l’approdo finale del contrabbando cinese, quello che comincia poco lontano dalla sorgente del Mekong, tra le tribù dello Yunnan. Sulle chiatte cariche di legno trasportano, in realtà, qualunque cosa: dagli innocenti giocattoli made in China, a prodotti più impegnativi, anche armi o pietre preziose, magari rubini imbarcati in Birmania. E a Nong Khai, sulle sponde del Mekong, comincia la distribuzione.

view-along-the-mekong-river-in-the-mekong-delta-in-vietnam-1600x1200Il mercato è ancora l’Oriente del secolo scorso. I rumori dei tempi moderni sono lontani, restano sulla strada dove fischiano i vigili e lampeggiano i semafori. Oltre le prime bancarelle, oltre il parcheggio dei motorini, la macchina del tempo compie il miracolo che nessuno si aspetterebbe. Solo voci lievi e qualche sussurro, mai un grido. E il fruscio delle foglie di banano usate per scacciare le mosche dai pesci appena cotti, dai gamberi ancora vivi, dai calamari ripieni di chissà quale intruglio. Frugano tra i banchi donne in cerca di affari, uomini a caccia di chissà cosa e comitive di famiglie laotiane, con piccoli al seguito, per la spesa mensile in questo che loro considerano il supermercato della modernità. Torneranno cariche di pacchi, sotto il sole che taglia le gambe, contente di aver risparmiato perchè hanno potuto comprare senza pagare le tasse di importazione che il loro governo impone su ogni merce che arriva dall’estero: praticamente su tutto. Prima di tornare verso Vientiane, si concedono il lusso di una Coca Cola e il brindisi ha sempre per sfondo il grande fiume. Si fermano nei piccoli bar-ristorante, minuscole capanne sul fiume, dove prima di mezzogiorno le monache consumano il loro unico pasto, generalmente offerto dalla ditta. Vestite di bianco e con la testa lucida, senza più capelli come impone la loro regola, sono felici di quattro cucchiai di riso mangiati lentamente nel tavolo d’angolo, quello affacciato sull’acqua torbida del fiume, dove lasciano cadere lo sguardo e naufragare i pensieri.

270Il Mekong è una storia d’amore per la gente che vive quassù. Ed è l’eremo dei bonzi che molto spesso vengono a pregare sulla riva, sulle spiaggette che sbocciano all’improvviso, quando il fiume è in secca e l’acqua si ritira. Si offrono nudi, nel corpo e nell’anima, per essere più puri al cospetto di Buddha, e distendono le vesti sulla sabbia per raccogliersi in meditazione. Oggi c’è pace su queste rive e il “Fiume della memoria del Diavolo”, “Il sangue che scorre nelle nostre vene”, come dicevano i tibetani, è davvero diventato il Fiume di una nuova serenità. Soltanto in Cambogia non è ancora così. Pol Pot, il folle sterminatore che trucidò due milioni di cambogiani, affidava alla corrente zattere di teschi e forse sarà soltanto un caso, o forse no, che il fiume smette di essere placido proprio quando abbandona il Laos ed entra nel regno di Cambogia. Da calme e tranquille, le acque diventano ribollenti di violenza e si trasformano in rapide: qui non ci sono ponti nè ferry boat e neppure le barche dei pescatori si azzardano a sfidare l’impeto del fiume. E’ stata e in parte è ancora terra di violenza. Non c’è famiglia che non pianga un padre o un figlio, una moglie o un parente ucciso e non c’è giorno che smuovendo la terra per piantare un seme non si trovi un osso, un teschio, una memoria di dolore.

1_20102011_164847Un’altra leggenda, sempre segnata dalla tragedia, racconta che alcuni uccelli di queste parti, grandi come i nostri corvi, abbiano smesso di cinguettare. Dopo essersi cibati per anni di resti umani, hanno imparato a parlare con la voce dei morti. E nel silenzio irreale di campi ancora devastati si sentono i loro lamenti, le loro grida di dolore. E’ abituata alle sofferenze, la gente del Mekong, ma questo è servito a contadini e pescatori per non perdere la poesia della vita e delle piccole cose. Quando il monsone smette di essere afoso e soffocante e si rinfresca leggermente, sanno che i ritmi della vita stanno per cambiare: è l’epoca in cui i pesci iniziano la loro migrazione stagionale ed è il momento migliore per catturarli, insieme a gamberi e rane, che in questo periodo diventano più gustosi. Con una buona pesca e una tazza di riso, i cambogiani ritrovano il sorriso e qualche rara sera, sulle colline del silenzio e delle stragi, le killing fields dei Khmer rossi, si rivedono i falò e si sentono intonare i canti antichi, le nenie che accompagnano le notti intorno al fuoco. Contenti di poco, contenti di non dover più sperare di sopravvivere.

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