Asia / Il Reportage

Sulle vette del Bhutan
alla ricerca della felicità

bhutan 132Chi prega e chi ha altri pensieri, rilassato e attento a guardare il panorama dal finestrino. L’arrivo in Bhutan è una struggente avventura con sfumature da thriller se si scopre per caso, leggendo la rivista di bordo della Druk Air, la compagnia di bandiera, che per atterrare a Paro i piloti hanno bisogno di un’abilitazione aggiuntiva, come era un tempo per il vecchio aeroporto di Hong Kong. Qui lo slalom non è fra i grattacieli, ma tra le montagne di questo regno a un passo dal cielo, fra gli alberi e le vette, fra gomba e dzong, monasteri e fortezze. Terra di fedi smisurate, dove Buddha accompagna ogni passo della vita quotidiana, dove un re amatissimo ha deciso di frantumare la legge del profitto e di governare le aspettative umane secondo la più desiderata destinazione finale dell’animo umano, la Felicità. E infatti ha cancellato il gelido calcolo del Prodotto Interno Lordo per sostituirlo con una valutazione più umana, la Felicità Interna Lorda. E i sudditi gliene sono grati.

bhutan 041Qui si pensa meno al denaro e più ai sorrisi, anche se la mancia non è affatto passata di moda, e quando lo slalom in volo è finito e i piedi dei passeggeri poggiano ben saldi in terra, il benvenuto di rito è una sciarpa bianca e una tazza di tè, che profuma di miele, ginger e pepe. E’ una comitiva di festosi e accoglienti camerieri a offrire simboli di preghiera e bevanda, in abito tradizionale e scintillante spilletta d’ordinanza agganciata alla camicia, per tenere sul cuore e mostrare con orgoglio l’immagine di cui sono fieri, il re e la regina, una bellissima coppia di giovani e illuminati sovrani. Una specie di pubblicità Barilla in salsa reale, ma così appare il Bhutan, un mondo fuori dal mondo.

Paro è la porta d’accesso: un aeroporto, una strada centrale con i negozi, venditori di dhoma, il betel locale, molti campi di tiro con l’arco, lo sport nazionale, lo Dzong, che è insieme monastero, uffici pubblici, fortezza e tribunale, il fiume e l’Uma Paro, coccole a 2300 metri, rifugio a cinque stelle con ville nel parco e camere nel corpo centrale, albergo e piccolo palazzo reale per viaggiatori che amano il lusso discreto, le garbate attenzioni di un maggiordomo sempre a disposizione che riempie di legna la stufa della camera e accende il fuoco, rinnova la frutta, porta i dolci e serve il tè. Viaggiare comodi non è mai un delitto, se si può e se piace: con qualche confort in più non ci si allontana dalla gente, anzi, lo spirito del luogo si capisce meglio senza privazioni e sofferenze. La vocazione al martirio del sacco a pelo o della brandina nella stanza condivisa e senza acqua calda appartiene a culture diverse dalla mia. Chi la gradisce si accomodi, ma in Bhutan, come ovunque, avrà qualche rimpianto. Viaggiatore non è chi non si concede agi o comodità e pensa di mortificare il corpo per elevare la mente, viaggiatore è chi cerca l’altrove con semplicità e rispetto di ogni diversità senza però trasformarsi in quel che non è e non vuole diventare.

bhutan 007Il Bhutan è palestra ideale per il complesso esercizio dell’arte del viaggiare. Altitudine, comunicazioni difficili, strade che scompaiono e si trasformano in mulattiere, necessità di avere tempi dilatati, cibo a volte impegnativo. Però sa ricompensare chi si avvicina, regala l’amozione del silenzio, di uno sguardo, di un sorriso, delle preghiere, che siano bandierine votive o mantra ripetuti come un disco rotto, ma che fanno vibrare l’animo, perché vengono dal cuore.

Lo straordinario cuore di questa gente, smisurato di affetti e di potenza. Pompa come un tir che li fa muovere come gazzelle senza affanni, capaci di correre e saltare e caricarsi di pesi che farebbero crollare noi in pianura e che qui, sulle loro schiene, diventano leggeri come piume. Ci sono quattro ragazze davanti allo Dzong di Paro, i capelli lunghi neri trasformati in uno scialle che avvolge le spalle, i volti segnati dal freddo e dalla fatica, non dagli anni, che sono ancora pochi. Partecipano al restauro dello Dzong, che sopravvive dal 1600 e ha sempre bisogno di qualche attenzione: un muro che si sgretola, i gradini che si consumano, un tetto che traballa. Portano sacchetti di sabbia che le costringono a piegare la schiena, faranno avanti e indietro per 10 giorni, 50 volte al giorno. Eppure sorridono, quando camminano e faticano e quando riposano, abbracciate in uno stretto spicchio di sole, per scaldarsi sui gradini nel cortile fatato dello Dzong. La strada giusta, dicono, è quella della Fede. Buddha ha insegnato all’uomo a liberarsi dai tre veleni: ignoranza, desideri, rabbia. <E’ difficile – spiega Kunza, 25 anni, giovane colto e religioso – Ma proviamo a vivere secondo le regole. Abbiamo un grande senso della famiglia e della comunità. Per questo non cediamo all’egoismo e non inseguiamo il denaro: quando si ha abbastanza per vivere tranquilli non c’è bisogno di lavorare di più. A meno che non lo si faccia per aiutare gli altri>.

bhutan 067Solidarietà, affetti, famiglia, sono parole che qui significano ancora qualcosa. Le case, ad esempio, sono grandi ritrovi dove vivono insieme genitori, figli, nonni, zii, altri parenti, anche amici quando c’è bisogno, tutti sotto lo stesso tetto, tutti insieme a dividere quel che c’è e a unire le energie quando serve, tutti pronti a fare festa in compagnia, che è sempre più divertente. Case grandi, dove alle preghiere è dedicato un altare e se c’è spazio anche una stanza, gli ornamenti in legno alle finestre, la stalla al pian terreno le camere per mangiare e dormire al primo piano dove le pareti sono decorate con fiori di loto, svastiche, il nazismo non c’entra niente, animali mitici come il Garuda e grandi falli rossi che non è considerato simbolo di fertilità, ma strumento utile per tenere lontane le forze del male. Per questo viene dipinto anche sulle pareti esterne, sempre in dimensioni ragguardevoli, e a volte realizzato in legno e appeso sotto il cornicione. Non solo. Esemplari piuttosto robusti vengono usati per le benedizioni in alcuni monasteri: il monaco lo impugna, a volte fasciandolo con una sciarpa bianca, e lo sbatte delicatamente sulla testa di chi vuole benedire. Nessuno se ne ha a male, anzi.

bhutan 011Ecco perché avevano cercato un po’ di sostegno anche pensando alla benedizione che mi avevano dato, in un monastero di campagna, proprio con un fallo e un arco. Terranno lontani gli spiriti maligni, mi ero detto, durante l’ascensione al Tiger’s Nest, la prova più impegnativa del mio viaggio in Bhutan, tentazione terrena per chi ha portentose aspirazioni spirituali, una meta da conquistare con tre ore di salita e mille metri di dislivello. Un incubo della fede, un monastero, gomba lo chiamano qui, incastonato nella roccia e prigioniero della montagna, che ogni tanto brucia per colpa di qualche lampada a olio dimenticata o trascurata ma viene puntualmente ricostruito, a 3140 metri di altezza. Guru Rinpoche arrivò fin qui sulla schiena di una tigre volante, una specie di business class riservata ai protagonisti delle leggende, ma ora si va in turistica, tutti a piedi. C’è solo un modo per sottrarsi al tormento della salita: affidarsi alle robuste zampe di un asino o di un cavallo. L’avevo chiesto, mi ero raccomandato perché mi preoccupava la micidiale combinazione di una serie di fattori personali: il peso, 110 chili, un po’ di ipertensione, scarso allenamento e altitudine. Messi insieme creavano un discreto fattore di rischio. Insomma, pur disposto alla fatica, preferivo evitare problemi. <Un cavallo – avevo detto alla guida – o anche due, in modo di non farlo faticare troppo. Dieci minuti su uno, dieci sull’altro, magari dieci minuti a piedi, così si riposano pure le bestiole>. <No problem, sir>. E invece il problema c’è stato, eccome.

bhutan 079Sveglia alle 6, quella mattina. Brina nel parco, una notte sottozero, ma il cielo sgargiante dell’azzurro più bello che si possa immaginare, come un’acquamarina intensa incastonata fra le cime ai confini dell’Himalaya. E il sole in arrivo, che più tardi scalderà. Ma intanto si gela. Ho come un presentimento, qualcosa che mi suggerisce una colazione leggera, per non appesantirmi – si fa per dire – ed evitare ulteriori complicazioni. Come se davvero avessi il presagio di un problema. Caffè, una fetta di pane tostato, una spremuta e si va. Il campo base è a mezz’ora di macchina dall’albergo: la guida scherza, l’autista sorride, dice che mentre noi saliamo andrà a lavare la macchina. Sui primi tornati incontriamo una mandria di cavalli e asini che si avviano al loro lavoro, cioè portare al Tiger’s nest quelli come me.

bhutan 124Arriviamo e ancora non c’è nessuno. Poi ci raggiunge il primo gruppo di cavalli. La guida va a contrattare, prezzo e numero di animali. Lo seguo con lo sguardo e vedo che scuote la testa. Mi guardano, lui e chi governa le bestie, mi indicano con la mano, allargano le braccia. <Dice che sei troppo pesante – mi spiega rammaricato la guida – che con te sopra il cavallo slitta, inciampa, impazzisce, che finite nel burrone tutti e due. Non ce la fa, sei troppo pesante>.

Abbozzo. Sorrido. Dico di provare con un altro gruppo che nel frattempo è arrivato. Stessa storia. Stessi sguardi, identica pesata con gli occhi. <Anche lui, dice che tu troppo grosso. Animali non ce la fanno, precipitate nel vuoto>.

Terzo e ultimo tentativo, non cambia niente. Il cazziatone alla guida, alla quale avevo detto di assicurarsi che tutto fosse a posto, non serve a niente, è solo uno sfogo. Per la rabbia di dover fare quel che non volevo. E che ora farò. Guardo il Tiger’s nest e cominciao a camminare, sperando di tornare qui, da dove sto partendo.

Qualche centinaio di passi e sui primi tornanti il preoccupante benvenuto è di rapaci in picchiata che mi sfiorano, annunciati da un boato che mi accarezza la testa e dallo spostamento d’aria che non mi spettina, ma solo perché non trova capelli. <Che vuol dire?> chiedo alla guida, pensando che forse è un suggerimento a rinunciare all’impresa. <Il loro spirito ti accompagnerà>. Su e giù per tornanti, gira a destra e poi a sinistra, una mulattiera polverosa fra boschi e precipizi, ruote di preghiera e torrentelli, terrazze naturali dove il Tiger’s nest sembra sempre a un passo ma resta lontano come una promessa mai mantenuta.bhutan 126 Finchè appare davvero, a cento metri di distanza, e sono passate più di due ore. Ma per raggiungerlo bisogna scendere 300 gradini e risalirne altri 200. E siamo oltre i 3 mila metri di altitudine. <Non pensare alla cima, pensa al prossimo gradino. E’ lì, eccolo, ci sei. Ora c’è l’altro, il tuo piede è sopra, hai superato anche questo….>. Il fiato è corto, le gambe pesanti. C’è la cascata che annuncia l’arrivo: <Guarda, sembra scendere dal cielo>. Ci sono, lo scialle bianco al collo in segno di rispetto. Il Lama lo prende, lo bagna con l’acqua benedetta e lo avvolge con i fumi dell’incenso. Tre prostrazioni in segno di ringraziamento. Sento i brividi, non di freddo. <Connectivity> sussurra la guida che se ne è accorto. Penso a Sheik Nurudin, poeta sufi, profeta indiano della non violenza: <Dio è dovunque e non ha nomi. Non c’è foglia d’erba che non lo conosca>.

Tratto da <La mia Asia> Lt editore

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