Il Reportage

“Il Laos non è un luogo,
è uno stato d’animo”

imagehandler.asmxLa bici è vecchia, cigola e frena poco. E il sellino è duro da far male. Così la pedalata rischia di trasformarsi in sofferenza. Anche perché Vientiane non è soltanto pianura, e salita dopo salita, il piacere diventa fatica. Ma la soluzione è semplice in questa capitale che adora la pigrizia. Kong la propone con un sorriso. Ha sguardo sveglio e senso degli affari che qui sono, in realtà, merce rara: <Carico tutto sul tuk tuk?>

<Carica, carica>.

Si parla a gesti davanti al Phat That Luang, monumento che sventola anche sulla bandiera del Laos e nelle foto ricordo diventa un merletto dorato contro l’azzurro del cielo. E’ il luogo dove si esprimono i desideri, dove si affidano i sogni alle piccole ali di uccelli venduti in gabbia e liberati, subito dopo l’acquisto, per accompagnare il volo delle speranze più segrete. Non torneranno liberi per sempre, perché con qualche manciata di semi li inganneranno per catturarli ancora e riportarli dietro minuscole sbarre di bambù. Fino alla prossima fuga.

That Luang -vientiane_1632012_72124Kong ha visto migliaia di coppie di quegli uccellini andare e tornare. E infatti non se ne cura e non si emoziona, pensa a caricare le biciclette sul tuk tuk, in versione quasi camioncino.

<Trecento bath fino al Wat Si Muang>.

<Non è un po’ troppo?>

<Trecento bath>.

Sono così, pigri ma irremovibili, si stufano anche di contrattare e se il prezzo offerto non gli sta bene non insistono più di tanto, lasciano perdere. Dunque, prendere o lasciare.

laos<Ok, trecento>. Che sono una bella somma in uno degli ultimi baluardi del comunismo, anestetico micidiale per un paese sonnolento, dove un impiegato non arriva a guadagnare 300 dollari al mese. Certo, provano ad arrotondare. Come fa Manolom, in agguato ogni sera al ponte dell’Amicizia, arcata di frontiera attraversata da viaggiatori in fuga, si fa per dire, dalla Thailandia consumistica. Ottimo inglese, custode infedele del Suv dell’agenzia di viaggi statale, Manolom fa il furbo con la macchina dell’azienda e si propone a chi ha bisogno di un passaggio. Spesso con un complice inventa la piccola truffa del <problema alla dogana>: <La macchina con targa thai non può entrare in Laos> oppure <Manca il visto d’ingresso per la vettura>. Tutte bugie. Ma lui compare, rassicurante e sorridente e con 500 bath, moneta thailandese, una dozzina di euro, porta tutti fino all’albergo di Vientiane. <Questo paese – si lamenta – è addormentato. Tutto diventa più caro e gli stipendi non si muovono>. Se lo scoprono finisce in galera, ma è tranquillo, forse perchè versa parte degli incassi a qualche funzionario superiore, a un poliziotto o doganiere. Nella classifica mondiale della corruzione soltanto 25 paesi sono considerati peggiori del Laos, che si piazza prima del Nepal e subito dopo il Kenya, con un punteggio di 2,2: l’Italia non è nemmeno troppo lontana, ottiene un 3,9 ben al di sotto della sufficienza. La più virtuosa è la Nuova Zelanda: vanta un 9,5.

VISITARE-Luang-PrabangAveva ragione Tiziano Terzani. <Il Laos – scriveva – non è un posto, è uno stato d’animo>. Fatto di piccole furberie e molta calma, come se lo stress fosse stato respinto alla frontiera, dall’altra parte del Mekong. Dice un proverbio d’Asia: <Il cinese semina la pianta, il vietnamita la innaffia, il cambogiano la concima, il laotiano la ascolta crescere>. Non si affannano, parlano sussurrando, insegnano a chi arriva fin qua come si dilata, piacevolmente, il tempo. Che spesso è dolce far niente. Anche al lavoro. Undici di mattina, Bookshop State di Th Setthatirath, libreria di culto per nostalgici dei Soviet e dei comitati popolari. Dentro, quattro impiegati si dividono la noia: una spolvera, una scrive, un’altra ancora sembra smanettare su una calcolatrice, l’unico maschio sonnecchia. Orario di lavoro comodo, 8-12 e 1.30-4. Affari, pochissimi: nella top dei più venduti, i ritratti di Marx, Lenin e Ho Chi Minh, a 10 mila kip ciascuno, un euro.

Cope-Centre-02-800x494Solida coscienza antiamericana, il Laos fa ancora i conti con un passato tragico e un record che nessuno invidia. Nel Guinnes dei primati è indicato come la nazione più bombardata del mondo, con una media di dieci tonnellate di ordigni sganciati per chilometro quadrato o, se si preferisce, cinquecento chili per ogni abitante. Accadde durante la guerra del Vietnam, quando l’aviazione Usa aveva nel regno del Laos uomini e basi: bombardavano il sentiero di Ho Chi Minh, che attraversava il sud del Laos prima di rientrare nella giungla vietnamita e consentire il rifornimento dei Vietcong. Usavano spesso bombe a grappolo, che esplodendo lasciavano sul terreno palle di metallo, grandi come quelle da tennis, pronte a esplodere e capaci di disperdersi in un’area di cinquemila metri quadrati: ognuna conteneva 250 bilie d’acciaio con un raggio d’azione di quattro metri. Fecero massacri.

indexOggi si guardano da vicino, esposte come una vergogna nel centro Cope (Cooperative Orthotic and Prosthetic Enterprise) di Vientiane, santuario laico dell’impegno umanitario. Qui si arriva comodi in bici, non ci sono salite, ma l’affanno viene ugualmente. E non per la fatica. <Curiamo tutti – spiega Odett, volontaria svizzera – ora ci occupiamo anche degli incidenti stradali. Ma ci sono ancora persone che saltano in aria per una bomba inesplosa, bambini che raccolgono quelle palline per giocare e perdono braccia o gambe>. Il centro è ben organizzato e ottiene ottimi risultati. Non è esattamente una visita di piacere: c’è una statua a dare il benvenuto, realizzata con i resti arrugginiti di bombe mai scoppiate a raffigurare un bimbo e un anziano che si tengono per mano e provano a camminare insieme. Nel visitor center oltre alle bombe a grappolo ci sono video, ricostruzioni di case tradizionali, modelli di sedie a rotelle. E souvenir e magliette da acquistare, con la certezza che quei soldi saranno ben utilizzati. Con 75 dollari si può <comprare> una gamba e donarla a chi ne ha bisogno, due protesi di braccia costano 150 dollari. (Info: www.copelaos.org)

laos_q9799.T0Chi sopravvive e torna a camminare, va a ringraziare Buddha al Wat Si Saket, il tempio più antico di Vientiane, costruito secondo lo stile del Siam e proprio per questo, probabilmente, risparmiato dai Siamesi nel 1828, quando invasero il Laos e distrussero tutto. Il porticato è un cesello di nicchie, ciascuna delle quali custodisce due minuscole statue di Buddha mentre altre, più ampie, ospitano statue più grandi e altre ancora sono affrescate. In tutto, sono 6840 i Buddha scolpiti o dipinti nel tempio. Ed è qui davanti che ogni mattina i fedeli, sempre meno, per la verità, aspettano in ginocchio il passaggio dei monaci per l’offerta del cibo, virtù che premia chi segue i comandamenti non scritti del buon buddista e assicura la benevolenza del cielo. La fila ondeggiante e silenziosa di tuniche arancioni diventa anche ingenuo e semplice show per turisti, curiosi di vedere come si possa, ogni mattina, sfidare la fatica di cucinare, quando è ancora notte, per nutrire chi vive pregando.

la-questua-dei-monaciAnche il viaggiatore straniero può riempire ciotole e borse con baguette farcite o frutta comprata al mercato, cibo che i religiosi dovranno consumare entro mezzogiorno, quando comincia il loro digiuno che finirà la mattina dopo. E’ la spettacolo spirituale dell’aurora, quando il vento lieve del Mekong fa ondeggiare le tuniche amaranto fino ad avvolgere i corpi esili dei giovani novizi o disegnare mille pieghe intorno alle ossa stanche degli anziani, in un abbraccio che non si vede e non si sente, ma che accompagna da 2500 anni le stagioni del Laos, un mondo che oggi vive fuori dal mondo.

Perché Vientiane è la capitale più sonnolenta e tranquilla del pianeta. Perfino i clacson si sentono poco, in un continente che invece, ad ogni latitudine, dimostra di adorare il rumore. Qui no. Lan Xang, ribattezzata con qualche enfasi gli Champs Elisé di Vientiane, forse perché si conclude con il Patuxai, una specie di Arco di Trionfo all’orientale, è un vialone tranquillo con qualche auto in attesa ai quattro semafori. C’è appena un lieve rumore di traffico, anche nelle ore di punta, tanto che vicino all’Arco si sente esplodere come un boato il frinire delle cicale nel giardino alberato delle Nazioni Unite.

filename-dsc01102-650x650A farsi sentire con prepotenza, piuttosto, è il profumo di Francia. Il colonialismo ha lasciato qualche ricordo che con il tempo è diventato quasi piacevole e Le Banneton (th Nokeokoummane) è frequentatissima pasticceria-panetteria con baguette, cafè au lait, brioches, foto di Cartier Bresson alle pareti, canzoni di Edith Piaf, tavoli anche all’aperto. E’ affollato soprattutto di giorno, di sera abdica in favore del Khop Chai Deu (Th Setthatirath), scoppiettante miscela di una movida che ancora non c’è ma che in molti sognano. Al Khop Chai c’è l’umanità eterogenea che si incontra in questa città. Dentro, in balia di un tornado di aria condizionata e della musica di una band con cantante filippina, uomini occidentali soli, in cerca di consolazioni o persi nell’alcol, comitive di militari con barilotto di birra portato al tavolo, come fosse una flebo gelata e schiumosa di allegria, ragazzi e ragazze di Vientiane con capelli verdi e blu e gialli e rossi che ostentano la loro omosessualità senza problemi, scelta che qui non ha mai turbato nessuno. Fuori, nel giardino dove si sente il caldo e si combatte con le zanzare, famiglie che mangiano pizze, kebab, hamburger. Non solo noodles e zuppette.

vientiane_1011940cVientiane sa essere ospitale. Imprigiona l’animo, con la dolce pigrizia di un posto raro dove l’ansia è sconosciuta, col caldo umido che si attacca addosso e rallenta ogni fretta. Nel quadrilatero delle strade più frequentate, una piccola fortezza del vivere beati, tra le strade Setthatirath, Paeng e Pangkham, un chilometro quadrato, più o meno, c’è tutto quello che si può desiderare per non sentire l’assalto della crisi: almeno se la si misura con parametri europei. Pasto a prezzo fisso a 55 mila kip, 5 euro e mezzo, lavanderia da 10 mila kip al chilo, un euro, guesthouse da 10 dollari a notte. E poi boutique con abiti di seta a 20 euro, piccole spa con massaggi a 8 euro l’ora. A saper chiedere e cercare, giurano che si trova ancora qualche fumeria d’oppio. Ma qui si va ben oltre la frontiera del consentito.

Green park Vientiane_2022012_42650Chi ama eleganza e lusso discreto, con qualche struggente e autentico richiamo all’epoca coloniale, lo trova in una villa appena ristrutturata e trasformata in albergo, il Settha Palace, picina nel boschetto di bambù, limousine d’antan ma funzionante, parquet lucidi, profumi d’ambiente, servizio impeccabile, direttore francese: al massimo, 300 dollari per le suite. C’è un mercato, qui vicino, qualche bancarella fumante dove all’ora di pranzo da tutta Vientiane si viene a mangiare o a far incartare spiedini di pollo da portare a casa: l’equivalente di un paio di dollari per un superlunch. E chi eccede, rimedia con una dormitina lungo il Mekong, dove il vento soffia lieve e rinfrescante. I più fedeli passeggiano fino al Si Sakhet, per una preghiera e tre colpi di gong. Lì dove i monaci passeranno la mattina dopo a raccogliere le offerte di cibo, a piedi nudi e <vestiti di cielo>, perché non possiedono nulla. Una vita che non muta, da alcune decine di secoli.

 

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