Il Reportage

Affamati e in ginocchio,
i bimbi che non sorridono mai

Non dimenticherò mai quella mattina in Birmania, ormai molti anni fa. E ne è venuta fuori una delle pagine alle quali sono più legato, nel libro “Bambini d’Oriente”. Perché descrive la sofferenza di bambini che mendicano cibo e di monaci che glielo offrono. nel cortile di un tempio: i piccoli sono in fila, inginocchiati, e ricevono cucchiate di riso dentro vecchie ciotole o  buste di plastica.

 

 

20113265-innwa--february-25-ancient-teak-monastery-bagaya-kyaung-with-buddha-altar-is-famous-mandalay-touristIl monastero è fra Mandalay e Amarapura, quasi a metà strada. Da quando la Birmania ha aperto le porte al turismo i monaci hanno spalancato i portoni della loro gigantesca mensa e trasformato il solo appuntamento quotidiano con il cibo in uno spettacolo unico…

Le luci della ribalta si accendono ogni mattina, intorno alle dieci, quando l’esercito dei settecento in tonaca arancione o marrone si mette ordinatamente in fila davanti agli enormi pentoloni del riso. Ma la giornata per loro comincia molto prima, verso le cinque, quando recitano le preghiere del risveglio. E poi alle sette vanno a piedi nudi per le strade dei villaggi, a raccogliere il cibo offerto dai fedeli, da dividere con gli altri religiosi….

Ma a fine mattinata e anche oltre, verso l’una, nel monastero c’è ancora chi aspetta da mangiare. E’ il piccolo esercito dei meno fortunati, una pattuglia di umanità che ogni giorno fa la fila dopo la fila, aspetta che i monaci abbiano concluso il pasto per ricevere la propria porzione di elemosina. Si fermano sotto gli alberi, per non subire anche l’insulto del caldo, che i loro corpi deboli faticherebbero a sopportare. Nel giardino del monastero ci sono quattro o cinque piazzole d’attesa, dove i ragazzini si consumano per la fame.

Scansione 1E’ la vera povertà, non c’è nessuno che finga di aver bisogno, non ci sono recite o simulazioni. Inginocchiati all’ombra ci sono i piccoli disperati di Mandalay e dintorni, affidati alla genrosità dei monaci, che non manca mai, e al disinteresse dei turisti, che al massimo li inquadrano negli obiettivi. I bambini affamati non fanno parte del loro spettacolo, non sono compresi nel tour del “pranzo al monastero” e, anzi, disturbano la visita, perché rappresentano un problema, sono la prova di una vergogna, in un paese incapace di evitare che stuoli di ragazzini siano costretti a elemosinare il cibo. I turisti distratti, preoccupati di fare un bel primo piano del bonzo con la bocca piena, non li vedono neppure, perché con un suggerimento politico di prudenza, i monaci sono stati invitati a non rendere troppo visibili i piccoli e i giardini d’attesa sono nel retro del santuario, dove la curiosità dei gruppi non arriva.

Gli occhi di un bambino che ha fame non si dimenticano. Corrodono, come una colpa. L’Unicef dice che negli ultimi cinquant’anni la povertà è diminuita più che nei cinquecento anni precedenti: eppure, ancora oggi, un quarto della popolazione mondiale sopravvive nell’indigenza più assoluta. Per colpa di tutti. Perché contro l’indifferenza, è la solidarietà che può rendere possibile per la fame e la povertà quel che è accaduto per la schiavitù: cancellarla dalla storia.

Student_Monks_in_Bagaya_Kyaung_Mandalay_d14Qui, nel Bagaya Kyaung, si combatte contro i drammi del quotidiano, contro le contorsioni dello stomaco che non si riescono a placare. Li vedi in fila, questi ragazzini, inginocchiati non per invocare aiuto ma per ringraziare, con la schiena dritta, spesso con gli occhi bassi, in un naturale gesto di inevitabile e grata sottomissione, le braccia disperatamente tese più in alto della testa per rendere più semplice la fatica del monaco che passa davanti a loro e scava con la mano nella pentola grande e poi svuota la manciata di riso dentro vecchie buste di plastica o ciotole scrostate. Dieci, venti, trenta bambini, laceri e sporchi, ma finalmente nutriti con qualcosa, fosse anche soltanto quella manciata di riso. A volte capita che incontrino un altro bambino, che alla loro stessa età veste una tunica candida e porta con sé la tovaglia a quadri sulla quale ha appena mangiato con altri novizi. E succede che si fermino a guardare quel bambino più fortunato, mentre gioca con i gatti del monastero, un esercito di felini che ha imparato a convivere con i cani, altra piccola pattuglia di sfortunati cercatori di cibo.

Scansione 2Trovano sempre qualcosa anche loro, in una catena alimentare che qui non dimentica nessuno. E quando tutti hanno ricevuto, il babbo Natale che ogni giorno distribuisce razioni di riso può anche tornare davanti alla fila di bambini rimasti in attesa sotto gli alberi. I piccoli sperano che i monaci ripassino con la grande pentola e aspettano fiduciosi con le buste e le ciotole appena svuotate, pronti a mangiare due o tre o quattro volte. E sognano quella meravigliose sensazione che avvolge la pancia e la fa tirare, quando sembra che sia faticoso fare tutto, anche respirare, perché nel piccolo stomaco è finito lo spazio, non c’entra più neppure un chicco di riso e viene voglia di dormire. Solo quando accade davvero, soltanto allora, i bambini affamati sorridono. Ed è per questo che non sorridono mai.

Tratto da “Bambini d’Oriente”, Feltrinelli editore

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