Il Reportage

Oman, il sultanato felice,
deserto e spiagge infinite

Aironi, cormorani, gabbiani e gabbianelle, e nell’azzurro profondo, oltre le vette, il volo fiero dei falchi. Nel mare, quando il sole scende oltre l’orizzonte, non è raro che branchi di delfini si avvicinino a riva per giocare fra loro, per far festa. E di fronte al “whales cape”, passano spruzzando le balene, nella stagione che le porta ad attraversare l’Oceano Indiano.

L’Oman delle meraviglie è rimasto com’era, da secoli e millenni, senza tormenti. E’ un Sultanato felice che ora offre i suoi tesori a un turismo variegato. Chi cerca trova, fra le dune di un deserto poeticamente ribattezzato “il quarto vuoto”, le spiagge infinite, le rocce a picco sul mare, le piantagioni di incenso o nel silenzio prezioso del Jabal Ahkdar, la Montagna Verde, una sorta di Grand Canyon arabo punteggiato di villaggi sperduti.

Si vivono emozioni smarrite in questo paese sbocciato in mezzo alle rotte fra Asia e Africa. Il “porto nascosto”, venne chiamata Muscat, la capitale, approdo tranquillo e rasserenante per chi arriva da giungle d’asfalto e qui trova giardini fioriti lungo le strade, aiuole curate con attenzione meticolosa da squadroni di giardinieri impiegati soltanto per questo: colorare di gioia naturale il sentiero di chiunque. A Muscat si bada ai dettagli, senza preoccuparsi delle spese. A noi sembra il paese delle favole, opulento e scintillante, viali puliti come corridoi di una clinica, la terra dei sogni messa in scena da un Sultano amatissimo che non ha fatto pagare le tasse a nessuno e la cui scomparsa, all’inizio di gennaio, è stata dolorosa e preoccupante per l’intera regione ma il successore, Haitham bin Tariq Al Said, già ministro della cultura e cugino di Qaboos, sembra assicurare continuità.

Intanto l’Oman resta una meraviglia. O quasi. Non per niente è da qui che arrivavano oro, incenso e mirra. E oggi si esporta l’Amouage, il profumo più caro del mondo, anche 300 dollari per una bottiglietta. Uno stato ricco e tranquillo, rinato nel 1970 quando il Sultano Sa’id bin Taymur venne deposto dal figlio Qaboos: la schiavitù era ancora praticata, le donne non potevano andare a scuola, perfino portare gli occhiali da sole era vietato. Un oscurantismo cancellato senza tragedie, il paese ha davvero adorato la sua lungimirante e visionaria guida, abile nel modernizzare ma sempre attento a non travolgere le tradizioni. Muscat, ad esempio, è figlia di un progetto urbanistico ben studiato e ottimamente realizzato. Ricordata come la capitale più piccola del mondo, e per un po’ lo è stata, si è sviluppata come la cultura araba prescrive: nessun edificio più alto della torre del Muezzin, niente tetti inclinati, costruzioni bianche e color sabbia. Sono così il Palazzo del Sultano, dove la famiglia reale non vive più, il nuovo Museo Nazionale, che è di fronte, le antiche Torri di Guardia e la Royal Opera House, 1200 posti a sedere, palcoscenico di generi musicali importati all’improvviso e sconosciuti ai più, ma il pubblico che ha imparato presto ad amarli. Poi c’è la Grande Moschea, per la quale gli appassionati di statistiche sostengono che il Sultano abbia speso 45 milioni di dollari: marmi italiani, lampadario austriaco con 5 tonnellate di cristalli, un tappeto persiano fatto a mano da 500 tessitori per coprire i 4 mila metri quadrati del pavimento.

“Beauty has an address” è uno degli slogan ufficiali: “la bellezza ha un indirizzo”. Fra tutti quelli che l’Oman propone, quello che più impressiona è a 2000 metri di altitudine. Qui si commosse Diana Spencer, allora ancora sposa felice del principe Carlo. Era il 1986, arrivarono in elicottero alla Jabal Akhdar, la montagna verde, dove si fermarono davanti a un panorama che toglie il respiro: Carlo si mise a dipingere con i suoi acquerelli, Diana osservava quel rincorrersi di cime, le valli, le piantagioni di rose, il verde delle terrazze che macchiano di vita l’aridità della montagna, coltivate con fatica, grazie a un’ingegnosa rete di irrigazione, i cosiddetti falaji, che porta acqua ovunque. Dove Diana rimase ore a guardarsi intorno mentre Carlo impugnava i pennelli, è stata creata una piattaforma che hanno voluto intitolare alla principessa triste: Diana’s point, si chiama, è il cuore di una splendida creazione umana, un resort che cancella ogni affanno, l’Anantara Al Jabal Al Akhdar, ville e suite, piscine private e raffinata eleganza, perfino delizie gastronomiche italiane, proposte in un ristorante giustamente chiamato Bella Vista, affacciato proprio sul Diana’s point. Al centro della piattaforma ogni sera viene acceso un braciere, non perché serva scaldarsi, ma in onore di tanta bellezza. E volendo, si può chiedere di cenare su quella terrazza, senza nessuno intorno, affacciato sul nulla, in compagnia dei brividi dell’emozione. Dicono sia il luogo perfetto per le proposte di matrimonio: “Almeno tre o quattro al mese”, giurano i manager dell’hotel.

Più in basso, verso la strada per Nizwa, che fu antica capitale, ci sono Al Hamra e Misfat, i borghi che si sono conservati in modo più autentico in tutto il paese, con case a due piani così simili a quelle del vicino Yemen. Ogni venerdì, da qui e dagli altri villaggi, i popoli delle tribù raggiungono Nizwa, per il mercato degli animali. Non è un bello spettacolo per chi come noi cerca di trattare al meglio ogni bestia. Qui si comprano e si vendono agnelli, capre, mucche, dromedari, uccelli, polli, galline, stipati nei camion o stretti nelle gabbie, strattonati per essere esibiti nel cerchio tragico dell’arena dove le mercanzie vengono proposte, tra urla di acquirenti e richieste di venditori, scatenati in un’asta continua mentre controllano denti e zampe di pecore e vacche e raramente regalano qualche carezza a queste povere bestie. Le donne, fasciate nelle loro vesti nere, hanno un ruolo di primo piano: scelgono con accuratezza i nuovi arrivi per le greggi e le mandrie, maneggiano mazzette di banconote, il volto rigorosamente coperto dietro veli o maschere di fogge e materiali diversi.

Si assiste stupiti, ma questa è la loro vita, il loro deserto, non uno show. Il fastidio di ogni occidentale è evidente: per evitarlo, basta andare direttamente al souq e tuffarsi nel profumo di spezie o nei ritrovi per uomini dove si trattano moschetti e pugnali ricurvi, i tradizionali khanjar, segno di potere e prestigio, portati dentro la loro fodera su una cintura legata in vita. Sono un souvenir costoso: i più belli, con impugnatura in osso, arrivano a costare alcune migliaia di euro. Poi, come sempre, c’è la fiera dei ricordi kitsch, che nelle terre arabe conquista meritatissimi Oscar. A Muscat, Nizwa, Salalah, si trovano sveglie a forma di mosca o cammelli con la gobba che si illumina. Potrebbero perfino indurre in tentazione, ma meglio lasciarli lì.

 

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