Fughe

Fantastica Koh Lipe

Adoro questa piccola isola thailandese nel mar delle Andamane, Koh Lipe, minuscola come l’orma di un piede in mezzo all’Oceano. Vi propongo due video, girati da non so chi, e un intero capitolo tratto dall’ultima edizione del mio “Farfalle sul Mekong”, edito da Feltrinelli a 20 anni dalla prima edizione. Vedrete e leggerete di Koh Lipe. E ve ne innamorerete.

 

 

 

 

 

 

In cinque ore da Bangkok si raggiunge l’Australia. Ma ci vuole lo stesso tempo per arrivare nel parco marino di Tarutao, isole sperdute quasi al confine con la Malesia, ultimo lembo geografico thailandese verso sud e ultimi paradisi selvaggi. Lontani e bellissimi.

Koh_Lipe_island_coastNe ho visti tanti di luoghi dove si vorrebbe restare e perdersi, trasformarsi in Adamo ed Eva e vivere felici di pesca e frutti appena colti. Ma un’isola nella corrente come questa non l’avevo mai trovata. E’ la marea a crearla ogni pomeriggio, fra Ko Lipe e Ko Adang, in mezzo a un canale naturale dove l’acqua pennella un arcobaleno di azzurri. Le guide suggeriscono di stare attenti, perché a volte le correnti diventano troppo forti e dunque pericolose. Fregatevene e andateci, lì dove la sabbia si allarga per qualche ora e in qualche minuto scompare, quando la marea delle sei di pomeriggio sommerge tutto, cancella quel ritrovo felice di innamorati che qui si danno appuntamento e restano distesi fra mare e cielo.

La tentazione c’è sempre: far finta che questo sia davvero un piccolo e deserto paradiso terrestre, senza intrusi né testimoni e lasciarsi andare, dimenticare abiti e orpelli, trascurare galatei e regole di comportamento e offrirsi liberi e nudi alla gioia che questa meraviglia regala. Questo è il posto giusto, un luogo unico. Ma sono in tanti a pensarla così, e dunque c’è sempre qualcuno intorno, a fare il bagno o a scattare foto ricordo. Per fortuna arriva la notte. E come seguendo un codice non scritto, quando quel lembo di terra riemerge, basta una fiaccola piantata nella spiaggia per segnalare che quel sogno per due è momentaneamente occupato, c’è qualcuno a godersi una suite della natura senza porte né pareti. E a volte, c’è perfino la coda in attesa.

koh-lipe-beach-resort-thailand-05Ko Lipe è ancora una piccola magia. Deve solo difendersi dal cemento, per evitare di soffocare. Non sarà impresa facile. Quando cala il buio, davanti alla spiaggia più bella, si chiama Pattaya, una mezzaluna candida con tratti di sabbia rosa, navi mostruose ancorate proprio lì scaricano mattoni, betoniere, trattori, prefabbricati e poi scompaiono al mattino presto, prima che il sole sia alto e illumini scene che nessuno vorrebbe vedere. Qui vivevano tranquilli i Chow Lair, zingari del mare, fedeli alle tradizioni di vagabondi delle onde prima di lasciarsi convertire alla religione del possesso, quando contratti e pezzi di carta che non sapevano neppure leggere li fecero diventare legittimi proprietari delle terre su cui vivevano. Poi arrivò qualcuno che offrì loro denaro in cambio di quelle stesse terre. L’idea piacque agli indigeni che ottennero pure il diritto di restare a vivere nell’isola, anche se nelle zone turisticamente meno apprezzate. Fu l’inizio del cambiamento. Oggi i Chow Lair si sono trasferiti, piccoli nuclei si sono ritirati sulle colline mentre un gruppo numeroso vive asserragliato in un villaggio tutto per loro affacciato sul mare, con una porzione di spiaggia a disposizione trasformata in una specie di parcheggio delle long tail, le barche tradizionali, con annesse officina e falegnameria, dove si pialla e si riparano i guasti. Ma utilizzano pure i pannelli solari, segno di un’amministrazione che non li abbandona. C’è una bella scuola e i bambini sono sorridenti e dopo le lezioni si tuffano e giocano vestiti in acqua: per loro, teen del Tropico, non c’è ancora traccia di videogames o telefonini, ma sui tetti delle case, quasi tutte in cemento, svettano antenne satellitari e nelle stanze brillano video a schermo piatto.

Il villaggio è sempre affollato, anche perché l’integrazione fra gli abitanti originari dell’isola e i turisti è molto forte. Sono loro, i locali, a gestire una cooperativa di taxi, veicoli un po’ rudimentali, in pratica un carrello legato a un motorino, una versione rivisitata e improvvisata di un sidecar sul quale si viaggia anche in tre, facendo però molta attenzione alle buche, tante e profonde, perché si rischia di saltare fuori.

Thailand_Lipe_Island_walking_street_2228_1C’è una sola strada asfaltata a Ko Lipe, e nemmeno per tutta la lunghezza. Si chiama <walking street> ed è la via del passeggio e dello shopping, uno slalom tra minimarket e salette massaggi, ristoranti e boutique, gloriosamente annunciata sulla spiaggia di Pattaya con una specie di arco seguito da un <Italian pizza da Franco>, forno a legna e posizione privilegiata, ottima la <margherita>, un pezzo a 100 bath, ossia 2 euro e mezzo. Ma il centro del villaggio è proprio la mezza luna di sabbia, dove troneggiano soprattutto guest house per backpacker, gli inarrestabili saccopelisti. Li vedi avanzare come hamburger a due zampe, farcitura umana di zaini colossali. Girano con un pezzo di casa caricato sulle spalle e sull’addome, pronti a cambiare indirizzo e continente, felici di farlo perché ogni novità è un’iniezione di entusiasmo che uccide la monotonia e impedisce alla routine di avvelenare la vita. Certo, si fa sempre fatica a guardarli, quando camminano sotto il sole, così carichi di peso da affondare nella sabbia soffice e diventa impossibile non lasciarsi assalire dal solito, rovinoso dubbio: ma perché? Ma perché tanto sforzo e tanti fastidi se qui con un euro fanno fare al bagaglio il giro dell’isola? Perché ci si deve intestardire nei <viaggi sofferenza> che più si fatica e si sta scomodi e più sono belli? Ma chi l’ha mai inventata questa stupida laurea del <mi tormento, quanto sono contento>? Il fascino del lusso esagerato e cafone si è dissolto, ormai, l’eccesso non piace più: è sempre stato inutile, anche se a lungo ha avuto orde di seguaci. Ma a concedersi qualche piccolo agio non si fa mai peccato. Anche se si è giovani e forti, anche se si è abituati ad essere spartani, anche se si è nati col braccio corto e si vuole risparmiare a tutti i costi. La vita è una, vale la pena godersela. Altrimenti che si viene a fare fino a Ko Lipe?

lipBild4340E allora, per chi vuole, su quest’isoletta meravigliosa ci sono anche resort a 4 stelle e buoni ristoranti, alcuni perfino un po’ pretenziosi, illuminati dalle torce e con tonnellate di pesce in esposizione. In giro, un campionario di umanità varia che all’ora di cena si ferma incantato dalle aragoste che saltano quasi vive prima di finire arrostite o bollite a 1.800 bath al chilo, 45 euro, lo stipendio di un maestro elementare. In molti ristoranti sono gli zingari del mare a gestire tutto, dalla pesca alla cucina: con i fornelli si devono ancora perfezionare, succede spesso che sbaglino la cottura.

Fra la gente, giganteggiano i Rasta Thai, occhi a mandorla e treccioline, buffi da sembrare uno scherzo, quasi avessero sbagliato continente, movenze e atteggiamento da seduttivi padroni di casa. Intorno a loro compaiono allegre comitive di ragazze francesi, qualche brasiliano, tedeschi mai senza birra, coppie australiane, rari americani, impacciati cinesi. E poi ci siamo anche noi, gli <Italians>, sempre pronti a farci riconoscere. Ko Lipe è isola tranquilla, dove il rispetto per natura e ambiente sboccia spontaneo. Non si grida, in genere, quasi si sussurra. Poi quando si sente alzare la voce, si riconosce anche l’idioma che unisce Bolzano a Cefalù.

Incoming-Asia-Tour-Operator-Koh-Lipe-Thailand-vacanza-Thailandia-beachGli italiani non arrivano a Ko Lipe, irrompono. Scatenano l’inferno. Incapaci di entrare in un punta di piedi, esplodono in un luogo, come fossero araldi di loro stessi. E’ così che una coppia di romani – ahimè, spiace dirlo, anch’io vengo orgogliosamente dalla Capitale – porta il panico nella reception del Sita beach.

Lui ha i capelli a spazzola, una quarantina d’anni, disperata voglia di restare in forma ma scarsi risultati. Lei è la versione compact di una signora prosperosa e proporzionata: recupera quei 15 centimetri di altezza che le mancano con zeppe da trampoliere e conquista sguardi con un bikini leopardato e la pancia superpiatta. Non parlano una parola di inglese, ma lui sa come fare.

<Evviva Ko Lipe, evviva l’amour> intona appena arrivato. E accarezza <passerotta>, come chiama la sua compagna. Lei fa le fusa mentre lui si impegna in una serrata trattativa sul prezzo della camera: <Eh no, meno, devi fa de’ meno> sorride minaccioso all’impiegato della reception, come se in romanesco potessero capirli.

Watching sunset in Boom Boom Bar at Sunset Beach in Koh Lipe, Thailand.

L’addetto al ricevimento, che qualche parola di italiano ha imparato a pronunciarla, risponde: <Mangiare morning fino 10> facendo bene vedere le dita delle due mani aperte. E poi <mangiare dinner 9.30>.

<Ma non è troppo presto?> si allarma lei.

<Magnamo fori, darling> la rassicura lui.

Insuperabili, li avessero visti Sordi o Verdone li avrebbero scritturati.

Sorridono anche al Sita, rifugio tranquillo, piccolo resort in questa porzione di spiaggia appena fuori dal mondo. Pattaya è animata, è la baia dello struscio, dei traffici, dei pescatori, ma si vivacizza lentamente con il passare delle ore, fino a mezzogiorno resta sonnolenta, una quieta parentesi di sabbia candida che sembra strappata alle Maldive, poca gente distesa al sole e qualcuno a sguazzare nell’acqua trasparente, azzurrina, turchese, blu, verde, un arcobaleno di colori pastello animato dalla stravagante colonna sonora delle long tail, barche da pesca con motori da fuoriserie, rumore potente che potrebbe anche dar fastidio, ma diventa subito familiare, quasi una compagnia, in quel silenzio assoluto. Anche perché il rombo dura poco, le eliche cominciano a ruotare quando le barche devono salpare e dopo qualche minuto scompaiono alla vista e all’udito, torna a farsi sentire soltanto la carezza lieve di minuscole onde, una delicata risacca che si infrange sulla riva. E’ bello, qui, si sta bene, con alberi e palme fin sulla sabbia, le capanne per i massaggi, i ristorantini che diffondono profumo di zuppe. Chi cerca il nulla, lo trova dall’altra parte dell’isola, a Sunset beach, un posto da ultimi hippy. E infatti ci sono giovanottoni sgangherati o da sogno per signora, le magliette attillate che disegnano pettorali potenti e testimoniano viaggi avventurosi, Cambogia, Laos, Nicaragua. C’è pure qualche bella non orientale, come Danya, <russa siberiana>, movenze da gatta, capelli lunghi e abbronzatura integrale, volto magico e occhi magnetici: ricorda la Candice Bergen di <Soldato Blu>, film cult degli anni 70, la storia straordinaria di una bianca che viveva con i Cheyenne.

Incoming-Asia-Tour-Operator-Koh-Lipe-Thailand-vacanza-Thailandia-sunset-beachSorride, Danya. Incarna la voglia – contagiosa – di non omologarsi, di fuggire da una civiltà considerata corrotta, di abbandonare idee e comportamenti che non si condividono, di scegliere una vita più semplice, dove il denaro non sia così importante e i bisogni più autentici di quelli che il mondo cerca di imporre.

<Ora mi va così, sono felice in quest’isola – dice – magari poi cambierò>.

Non cerca il riparo di alcuna sicurezza, insegue il brivido entusiasmante dell’improvvisazione.

<Il mondo – spiega – è diviso a metà, fra chi è convinto che ci si debba impegnare solo ad accumulare denaro e chi invece pensa il contrario, che i soldi siano un semplice strumento per vivere. C’è chi per credersi ricco deve avere molte cose e chi si sente davvero ricco soltanto se non possiede niente: la prima strada non porta da nessuna parte, l’9788807886911_quarta_jpg_600x800_q100_upscalealtra alla libertà e, a volte, anche alla felicità>.

Racconta della Siberia, lasciata quando era bambina, di Mosca, di un matrimonio con un uomo molto ricco, poi la fuga, la rinuncia a tutto. <Soffro – dice – nel vedere la gente sprecare la vita: sperano in un futuro migliore ma accettano incredibili lavaggi del cervello, credono a bugie che li precipiteranno in delusioni abissali. Bruceranno i loro giorni, che non avranno mai indietro, nell’illusione che sia giusto lavorare sempre, weekend compresi. Ed invece è l’errore più grande, perché anche se hai la fortuna di amare quel che fai, alla fine non ne potrai più. Non siamo nati per lavorare troppo. La nostra esistenza è breve e leggera come un soffio. L’importante è vivere i propri sogni, rallentare i ritmi, trovare il tempo per fermarsi a sentire il profumo delle rose>.

Poco lontano dalla spiaggia c’è quel che resta di un mercantile. <Vedi – sospira Danya – non voglio fare quella fine lì, sentirmi un relitto>.

Il tempo, gli anni, i ricordi, una nuova vita: <Qui ogni mattina ho l’idea di una rinascita che non si interromperà mai>.

Dorme in un bungalow che costa meno di 20 dollari per notte: ci sono un letto con un materasso sottile, un armadio, un piccolo bagno, un ventilatore a pale: <Tutto quel che serve: altro – sorride – sarebbe inutile>.

Tratto da <Farfalle sul Mekong>, Feltrinelli

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